giovedì 15 ottobre 2009

Discorso ai Lavoratori di Dario Franceschini



Prato, 15 ottobre 2009


Qualche tempo fa mi è capitato di parlare a dei bambini di Costituzione.
Quando ho detto che l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, uno di quei bambini, avrà avuto più o meno undici anni, mi ha chiesto: il lavoro di chi?
Allora ho pensato alle ragioni che potevano aver indotto quel bambino a fare quella domanda.
Sembrava una battuta. Il lavoro di chi? Forse perché si è fatto largo lo l’idea di un Paese forse perché in televisione un ministro particolarmente aggressivo parla sempre e solo di fannulloni.
O forse perché in questo tempo di crisi non si fanno che ripetere cifre e statistiche di disoccupazione che cresce settimana dopo settimana.
Di cassa integrazione da estendere per chi sta perdendo il posto.
Di imprese costrette a chiudere per mancanza di credito da parte delle banche.
Di precari a zero euro.
Il lavoro di chi.
Pone che la questione del la questione del lavoro, e la stessa condizione dei lavoratori e degli operai sono state trascurate dalla politica.
Perché questa perdita di centralità del lavoro?
Ci sono radici naturalmente nei cambiamenti economici e sociali della nostra epoca.
Il differenziarsi dei lavori, quel differenziarsi che ha indebolito i legami di rappresentanza sindacale prima ancora che politica.
E di conseguenza l’appannarsi della tradizionale identità della classe operaia.
Ma poi anche le fratture fra il lavoro tradizionale e i nuovi lavori, le incomprensioni fra lavoratori adulti e il mondo dei giovani; le tensioni più recenti fra italiani e immigrati acuite da distanze culturali e ora dalla crisi.
Queste fratture sono state aggravate dalle politiche conservatrici, in Italia più forti e più conservatrici che altrove.
Fratture che hanno aumentato le incertezze e la precarietà di molti lavoratori.
Che hanno reso più deboli le loro posizioni sia nella scala sociale sia soprattutto nei livelli di reddito con rischi ed episodi di vero e proprio impoverimento. Oggi la crisi economica rischia di dare l’ultimo, decisivo colpo a quella centralità. Lo dicono i dati.
Lo svela la crescita drammatica della disoccupazione anche nelle zone forti del paese.
Lo si vede dal numero crescente di persone, in particolare giovani e donne, che sono così scoraggiati da non presentarsi neppure più sul mercato del lavoro a cercare un posto.
I dati fanno paura. Più di 560 mila posti di lavoro persi nel secondo trimestre del 2009 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e 340 mila persone in cassa integrazione, e in più oltre 430 mila persone che diventano inattive, scoraggiate al punto da non cercare nemmeno più un lavoro.
Esistono aree del nostro Paese, come il Sud, dove la disoccupazione riguarda il 25 per cento dei giovani fino a 30 anni e il tasso di occupazione delle donne supera di poco il 30%, lavora una donna su tre. Questa realtà drammatica, che sta provocando lacerazioni profonde e dolorose nel tessuto sociale è negata dal governo.
Tenuta nascosta dal governo. E’ oscurata. Il governo di Berlusconi e Tremonti di fronte alla crisi ha sostanzialmente chiuso gli occhi. Ha girato la testa dall’altra parte e ha detto soltanto che bisogna aspettare che la crisi finisca. Ha messo in campo misure effimere e del tutto inadeguate.
E ha spento i riflettori dell’informazione.
Così ai precari che si sono ritrovati di colpo a zero euro, ai disoccupati, ai cassintegrati non è rimasta che la paura e la disperazione.
A un governo così non si offrono pacche sulle spalle o tregue, a un governo così si fa più opposizione, dobbiamo fare più opposizione.
La protesta e la rabbia, senza reali interlocutori, ha assunto forme estreme. Abbiamo visto operai sulle gru. Abbiamo visto precari sui tetti.
Abbiamo visto lavoratori licenziati fare lo sciopero della fame. E poi non abbiamo visto più niente, perché chi controlla l’informazione televisiva di questo Paese ha ordinato di spegnere le telecamere, ha ordinato di non fare vedere più niente.. Ma quegli operai, quei lavoratori, quei precari che io ho incontrato in queste settimane, ci sono ancora.
Ci sono la loro disperazione, quella delle loro famiglie. E ci sono le loro lotte.
Ho cercato di parlare parlato con loro e ho promesso loro che avremmo acceso i nostri riflettori sulle loro attese.
Sui loro problemi.
Sul loro diritto al futuro. E al lavoro.
Dobbiamo e vogliamo reagire, perché il lavoro è un diritto.
Dobbiamo farlo anche perché è su questa trincea di libertà e uguaglianza che si gioca il futuro stesso di una politica che voglia dirsi democratica e riformista.
Dobbiamo riconoscerlo senza reticenze: la nostra politica è sfidata direttamente, perché la perdita di
centralità del lavoro, è soprattutto una sconfitta per il paese, una sconfitta prima di tutto per noi riformisti, per noi progressisti.
E dobbiamo anche chiederci : Perché tanti lavoratori non si fidano più di noi?
Perché tanti operai non votano più per noi, ma per i nostri avversari?
Perché al Nord abbiamo perso tanti consensi nel mondo del lavoro che si sono orientati verso i partiti del centro destra, in particolare verso la Lega Nord?
La Lega cattura consensi perché raccoglie spregiudicatamente, ma raccoglie il disagio sociale manifestato dai ceti popolari, la protesta nei confronti del tradizionale modo di fare politica e di amministrare, che è stato rappresentato ed è percepito come ‘romanocentrico’.
Non a caso la protesta viene diretta nella stessa misura contro i partiti e contro le istituzioni statali,
entrambi sentiti come lontani o e forse anche come ostili. Questa protesta, questo disagio è più acuto nelle aree del Nord.
Ma la sfida all’inadeguatezza della politica, della nostra politica, è fatta propria anche da operai che
mantengono la loro adesione ai sindacati, comprese le loro componenti radicali ma poi quando votano scelgono a destra.
Come reagiamo a questa sfida?
Una prima risposta la dico così: tornare ad ascoltare e a riconoscere le aspettative dei lavoratori, di tutti i tipi di lavoratori.
Dare riconoscimento significa aprire un dialogo con tutti questi soggetti e con le loro rappresentanze per cercare insieme le risposte adeguate alla complessità di problemi per molti aspetti inediti. Ma c’è una premessa di ordine culturale che riguarda il nostro modo di guardare al mondo del lavoro e alla sua crisi.
Storicamente quando parlavamo di lavoratori negli anni passati intendevamo i lavoratori dipendenti. I
subordinati. Gli operai. Sono stati questi gli interlocutori tradizionali della sinistra.
Gli altri soggetti del lavoro erano controparte. Spesso avversari. Quando andava bene erano alleati con i quali stringere un patto.
Ma il mondo è cambiato e già nella mia mozione ho sottolineato la necessità di un cambio di prospettiva.
La necessità, cioè, di allargare questo orizzonte.
Di rivolgersi a tutto il mondo del lavoro, perché il lavoro va valorizzato in tutte le sue forme, anche quello autonomo e imprenditoriale, anche quello privato e quello pubblico come richiede la nostra Costituzione.
Questo non significa ignorare le diversità di posizioni fra lavoro dipendente, lavoro autonomo e imprese. E non esclude nemmeno la possibilità di un sano conflitto.
Sono venuto a Prato, a parlare di lavoro, perché proprio qui, qualche mese fa, ero appena diventato
segretario, ho fatto un’esperienza che mi ha colpito e che mi ha fatto capire come sia assolutamente
necessario e urgente cambiare prospettiva quando parliamo di lavoro.
Ricordo la visita ad una piccola realtà produttiva, una delle tante del settore tessile, alle prese con i morsi della crisi e con la sfida di una globalizzazione sempre più aggressiva.
Lì ho incontrato un piccolo imprenditore Andrea Belli e i suoi operai, mi hanno accolto insieme.
Si parlava dei problemi, delle prospettive. Dell’ipotesi di ricorrere alla cassa integrazione.
Mi spiazzò. Mi disse: o superiamo la crisi tutti assieme, o chiudo.
E questa realtà si replica in centinaia e migliaia di casi in Italia.
Se non temessi di scomodare una parola importante parlerei di un’etica del lavoro che unisce, in un’
azienda, come in tante altre, chi si impegna per lo stesso obiettivo.
E’ la stessa logica vincente del distretto, che vede insieme, nella filiera, piccole imprese, artigiani, operai. E quel che conta è la filiera: si vive insieme, si cresce insieme, ci si salva insieme. È questo quello che fa la differenza.
Il distretto è come una squadra, nella quale ognuno, privato, pubblico, enti locali, associazioni di categorie, sindacati, fa la propria parte. Qualcosa di più solido e forte di un semplice patto o di un’alleanza. Credo che avesse questo significato profondo quella manifestazione del febbraio scorso nella quale tutta la città scese in piazza, riunita attorno ad un tricolore lungo un chilometro. E con uno slogan che diceva “Prato non deve chiudere”.
Prato non deve chiudere: significa difendiamo il lavoro di tutti.
Il lavoro che da ricchezza, certo. Ma anche il lavoro che è civiltà, comunità, libertà.
Ecco.
E per questo che ci siamo fatti carico dei problemi e delle esigenze del distretto, presentando una mozione in Parlamento.
Per ricostruire una centralità del lavoro, occorre avere la consapevolezza di questo cambiamento, di non ragionare coi parametri del passato.
Di quello che c’è di complesso attorno al lavoro.
La crisi e i lavoratori, dunque. Ascoltare e riconoscere. E rappresentarli.
E per farlo rendere visibili, concrete le nostre risposte.
Concrete le nostre iniziative politiche. Essere sui problemi, fare emergere le contraddizioni della destra, costruire con i fatti non solo con le parole, un’alternativa possibile.
Oggi ci sono lavoratori di ogni tipo sono esposti a sfide competitive comuni senza precedenti.
Queste sfide non si vincono senza un impegno congiunto; a cominciare da quello di rilanciare la crescita e di aumentare la competitività del sistema paese.
Solo puntando su una crescita basata sull’innovazione e sulla qualità si può vincere la crisi, si può produrre nuova occupazione.
Si può contrastare la tendenza alla depressione dei salari e delle pensioni e al peggioramento delle
condizioni di lavoro.
L’ho già detto: i lavoratori sono quelli che stanno pagando i prezzi più alti, con la disoccupazione, con la precarietà e con l’incertezza delle prospettive dei giovani, con le tasse che pagano sempre anche per chi le evade.
E’ da mesi che il governo fa promesse, ma non prende iniziative concrete per contrastare l’emergenza della crisi, per sostenere i consumi e le imprese.
Non lo diciamo noi, faziosi esponenti dell’opposizione, I più attendibili rapporti internazionali dimostrano che le risorse impegnate dal nostro governo per stimolare l’economia sono le più scarse fra tutti i paesi dell’OCSE, quasi nulle. Il Fondo monetario internazionale ha detto che misure per affrontare l’emergenza l’Italia ne ha messe meno della metà degli altri paesi europei.
Parliamo di risorse effettive e non di partite di giro.
Non solo. Il governo non aiuta il lavoro e l’economia, ma sta anche smantellando le tutele del lavoro prodotte dal centrosinistra, da ultimo con il patto sociale del 23 luglio 2007. E sta allargando le possibilità di contratti precari e a termine.
Rifiuta di stabilizzare i tanti precari del settore pubblico.
Nella scuola ha realizzato il più grande licenziamento di massa nella pubblica amministrazione: 130.000 persone che si sono ritrovate di colpo a zero euro.
Se con una mano il governo dice di volere aiutare i lavoratori che perdono il lavoro con gli ammortizzatori sociali, poi con l’altra mano ne licenzia subito 130 mila. Ha indebolito la normativa sulla sicurezza del lavoro che il centrosinistra aveva varato dopo anni di attesa con il consenso di tutte le regioni.
Sta attaccando e demonizzando i lavoratori pubblici, considerandoli tutti incapaci o sfaticati. Senza fare niente per motivarli.
Queste politiche non vanno solo contro gli interessi dei lavoratori; hanno indebolito l’intero paese. ci fanno perdere posizioni perché rinunciano a valorizzare le nostre risorse migliori: il capitale umano e le energie di milioni di persone.
Ma non possiamo limitarci a denunciare la gravità di questa situazione.
Per questo abbiamo avanzato proposte precise, le abbiamo portato in parlamento proprio perché abbiamo chiesto che ci fosse la responsabilità di una risposta, un sì o un no.
Le hanno bocciate tutte.
Hanno detto no alla nostra proposta di garantire tutele adeguate a tutti i lavoratori minacciati dalla crisi, a tutti i lavoratori che perdono il proprio posto di lavoro a prescindere dal tipo di contratto, bisogna essere tutti garantiti allo stesso modo, non ci possono essere differenze anche lì..
Hanno rifiutato il nostro progetto di dare sostegno ai lavoratori e alle famiglie in condizioni di povertà estrema, attraverso un contributo di solidarietà sui redditi più alti, da quelli dei parlamentari in su. E cosa c’è di politicamente più corretto e moralmente più giusto che in un momento di crisi chiedere ha chi ha di più di aiutare chi è più povero?
Hanno rifiutato le proposte avanzate insieme a tutte le forze sociali, sindacati e associazioni imprenditoriali, per sostenere con forme di detassazione i redditi da lavoro e da pensione.
Noi insisteremo. Concentreremo le nostre iniziative su quelle che consideriamo le priorità di una politica per il lavoro.
Dico i titoli di questo albo degli impegni: la sicurezza e la tutela del reddito, la buona occupazione e la lotta alla precarietà, il welfare universale e pensioni adeguate, educazione e formazione permanente all’altezza della società della conoscenza.
Ma cosa vuol dire sicurezza e garanzie di reddito a tutti i lavoratori?
Prima di tutto significa una vera riforma degli ammortizzatori sociali.
Una riforma che garantisca a ogni lavoratore un reddito nel caso di perdita o di sospensione dal lavoro. I cosiddetti ammortizzatori in deroga varati dal governo sono insufficienti e ingiusti. Lo sono perché non danno né reddito né garanzie a quelli che hanno più bisogno, i precari con lavori a termine, i contratti a progetto, le false partite Iva. Quando il governatore della Banca d’Italia Draghi avvertiva, inascoltato, che 1.600.000 lavoratori erano privi di tutela, lanciava un allarme giustificato. Ora questi 1.600.000 non sono più solo un numero: sono persone in carne e ossa che il governo dimentica e inganna.
E anche i dipendenti con contratto regolare sono privi di sicurezze.
Quelli che hanno la cassa integrazione ordinaria stanno per perderla perché il prolungarsi della crisi ha consumato il periodo di copertura.
E’ urgente che il governo decida di prolungarla.
Le piccole e medie imprese e i loro dipendenti spesso non riescono a beneficiare delle casse in deroga a volte semplicemente non sanno che potrebbero farlo o non sanno quale canale utilizzare, altre volte non ci riescono perché le procedure sono complicate e richiedono provvedimenti caso per caso.
E poi non è giusto che chi resta senza lavoro abbia bisogno di una deroga cioè di una “concessione
discrezionale” caso per caso, deve essere un diritto, garantito a tutti.
Noi vogliamo che le tutele in caso di crisi siano un diritto esigibile per tutti.
Questo chiediamo al governo subito.
E lo chiediamo con una sola voce, insieme con i sindacati e insieme con gli imprenditori.
Questo autunno e il prossimo inverno saranno decisivi.
Finora le imprese hanno cercato di evitare i licenziamenti, ma non possono resistere a lungo senza aiuti. Rischiamo di veder chiudere centinaia di imprese, di indebolire drammaticamente il nostro tessuto produttivo, di portare alla povertà di colpo migliaia di persone.
Oltre al reddito di chi resta disoccupato va sostenuto il reddito di chi lavora e di chi è in pensione.
La crisi non colpisce tutti nello stesso modo.
Sono i lavoratori e i pensionati quelli che hanno visto cadere il loro potere d’acquisto. Mentre i profitti e le rendite sono cresciute di molto anche durante la crisi.
Il governo deve trovare le risorse per risarcire questi cittadini: in modo diretto e immediato, con una
detassazione dei loro redditi che ripristini il potere d’acquisto che hanno perso.
Anche qui, abbiamo lanciato una sfida al governo: cominciamo subito, hanno fatto tanti decreti, ne facciano uno in più per detassare la tredicesima. Si può fare subito.
E in prospettiva impegniamoci per riequilibrare il peso del fisco: troppe tasse sul lavoro, sono 5 punti in più della Francia - e troppo poche sulle rendite, così come sui patrimoni e sui consumi.
E ancora appoggiamo la richiesta, avanzata anche dai sindacati, di detassare gli aumenti contrattati in sede decentrata e quelli legati alla produttività. Una misura necessaria per contribuire alla crescita.
Siamo quindi favorevoli a potenziare la contrattazione decentrata, sia nelle aziende sia nei territori.
Sosteniamo una contrattazione innovativa che veda protagonista un sindacato autorevole e autonomo.
Siamo convinti assertori del valore dell’autonomia sindacale. Ma autonomia non significa indifferenza. Siamo interessati, continueremo a dirlo , che l’Italia ha bisogno della presenza di un sindacato forte, unitario e democratico, anche nella sua vita interna.
-Per questo auspichiamo un accordo fra le confederazioni che stabilisca regole certe per la rappresentatività sindacale, basata sulla certificazione degli iscritti e dei voti conseguiti nelle elezioni in azienda. Una posizione unitaria del sindacato consentirebbe di recepire queste regole in una legislazione di sostegno.
Siamo anche interessati a diffondere la partecipazione di lavoratori alla vita e agli utili delle imprese come previsto nelle proposte che abbiamo avanzato in Parlamento.
Non si tratta di introdurre una cogestione che confonda i ruoli nell’azienda né tanto meno di imporla per legge. Però i tratta di valorizzare, attraverso la libera contrattazione, il coinvolgimento dei lavoratori nelle vicende e nei risultati aziendali, secondo le migliori prassi europee e anche perché questo serve a superare prima la crisi, non mettendoli gli uni contro gli altri, ma mettendoli insieme per superarla.
Una crisi che improvvisamente ci ha rimesso di fronte ad una parola per molto tempo negata: povertà. La crisi sta impoverendo centinaia di migliaia di famiglie, specie lavoratori e pensionati.
Oltre 3 milioni sono sotto la soglia della povertà assoluta. In Sicilia il livello di povertà ha quasi raggiunto il 50%. In tutto il paese sono raddoppiati i protesti.
Il rischio di insolvenza per le bollette domestiche e i mutui e stimato intorno al 38%.
I poveri esistono. E non sono solo quelli che non hanno mai avuto un lavoro o che sono precipitati nel baratro della disoccupazione.
C’è una fascia sempre più larga di persone a rischio: sono quei lavoratori, e sono tanti, che hanno salari bassi, indegni di un paese civile.
I lavoratori poveri, e sono anche fra noi. E sono gli stessi che sono già penalizzati dalla precarietà del lavoro: lavoratori temporanei, collaboratori, false partite Iva.
Noi non possiamo accettare che lavoratori impegnati a pieno tempo, spesso in occupazioni qualificate, guadagnino 600 euro al mese, magari senza essere regolarizzati.
Per questo abbiamo proposto di introdurre anche in Italia, come in tutti i maggiori paesi occidentali, un salario minimo legale sotto il quale non è possibile retribuire chi lavora, non gli si può dare meno di quella soglia, qualsiasi lavoro faccia.
Il livello di questo salario va definito d’intesa con le parti sociali, ma deve essere una garanzia per tutti, anche per i lavoratori precari e per chi opera in settori marginali, che non sono coperti dalla contrattazione collettiva.
Deve servire di base per una vita civile a chiunque lavora e può essere utile alla contrattazione sindacale per sostenerla e migliorarla proprio nei settori e nei gruppi più deboli.
Tutele, dunque. E sicurezza sociale. Ma anche sostegno del mercato del lavoro. Cioè politiche attive e efficaci servizi all’impiego che aiutino all’inserimento e al reinserimento al lavoro di chi è in difficoltà, come esistono nelle migliori esperienze europee e in alcune regioni italiane.
E insieme a queste un sistema di formazione professionale e continua capace di favorire la riqualificazione e il reimpiego di tutti coloro che perdono il lavoro, ma anche di quelli che sono colpiti dalle crisi, per prevenire la disoccupazione. Tutto questo disegna il profilo di un welfare moderno. Le grandi trasformazioni dell’economia, le pressioni della competitività con le conseguenti variabilità e incertezze del lavoro non si possono affrontare con gli strumenti del passato, né con regole diverse per i diversi lavori, che aumentano le diseguaglianze invece di tutelare le persone.
Occorre ricreare una base di tutele e di diritti comuni a tutto il mondo del lavoro, che superi le divisioni e ridia prospettive di concreta solidarietà a tutti i lavoratori.
Una base comune che deve riguardare i principali bisogni legati alle vicende della vita lavorativa: le tutele in caso di disoccupazione, il salario minimo di cui ho parlato, un reddito di base per chi non ha lavoro, tutele in caso maternità, malattia e infortunio, una pensione di base finanziata fiscalmente che garantisca a tutti un livello di reddito adeguato alle esigenze della vita anziana, cui vanno aggiunte le pensioni contributive.
E a proposito di pensioni. Nei giorni scorsi il governatore Draghi ha posto il tema dell’innalzamento dell’età effettiva di pensionamento come una necessità da affrontare.
E noi dobbiamo avere il coraggi di dire che non abbiamo pregiudizi. Siamo convinti che sia arrivato il tempo di un patto tra generazioni con il quale chiedere ai genitori di lavorare qualche anno in più se questo serve per assicurare un futuro previdenziale e ammortizzatori sociali ai figli, allora si può fare.
Il tema del lavoro, il lavoro che non c’è, che è incerto, che può finire. Tutto ciò è ancora in cima alle nostre preoccupazioni.
E alle preoccupazioni degli italiani.
Ma l’obiettivo della piena e buona occupazione, tanto più in uno scenario di crisi come quello che viviamo, è destinato a restare un’utopia?
Non credo sia così.
E’ possibile raggiungerlo, quell’obiettivo.
Ma servono buone politiche.
Serve promuovere una crescita equilibrata dell’economia reale, e non della finanza, aiutando le imprese che innovano, che creano occupazione qualificata e stabile, non quelle che vivono di rendita.
Ci sono settori in cui l’Italia può far pesare i suoi saperi, la sua capacità tecnologica, i talenti della nostra ricerca.
E penso in particolare al settore della green economy.
Secondo i dati dell’Ocse i paesi che più hanno investito nella green economy mostrano come questa abbia un grande potenziale di creare lavoro, lavoro di buona qualità.
L’amministrazione Obama mira a creare 450.000 “green collar” jobs nei prossimi anni.
La Corea ha lanciato un “green New Deal” con l’obiettivo di creare 1 milione di nuovi posti nei prossimi 4 anni.
Il Giappone raddoppierà l’attuale occupazione nelle industrie dell’economia dell’ambiente.
E la Germania arriverà a 900.000 lavori verdi nel 2030 ma nei servizi di protezione dell’ambiente lavorano già 1milione e 800 mila persone.
I nuovi lavori verdi saranno più puliti, più ricchi di professionalità e più stabili.
L’ambiente e la green economy sono i pilastri del nuovo “welfare umano”.
E se parliamo di nuovo welfare, allora dobbiamo rimettere al centro dell’attenzione gli anelli più deboli delle politiche del lavoro: i giovani e le donne. E allora.
Serve garantire a tutti un’educazione di qualità nel corso della vita, favorendo l’occupazione qualificata dei giovani con migliori strumenti di transizione dalla scuola al lavoro, e combattendo la precarietà e la “sindrome del ritardo” che ne ritarda sempre di più l’autonomia dalla famiglia.
Serve incentivare il lavoro delle donne con misure che favoriscano, aiutino la conciliazione fra lavoro e vita familiare e la condivisione del lavoro di cura e quindi rafforzino la libertà di scelta delle donne, attraverso congedi retribuiti per entrambi i genitori, servizi di cura all’infanzia e agli anziani, un impegno culturale che promuova la redistribuzione dei ruoli fra uomini e donne all’interno della famiglia, perché le donne continuano a far eun doppio lavoro anche quello che potremmo, in buona parte, fare noi uomini con loro.
Mettere in campo politiche attive e di valorizzazione del lavoro significa soprattutto dare un posto centrale alla formazione, da quella di base a quella professionale e continua nel corso della vita.
Nella nostra società della conoscenza il grado e la qualità dell’educazione è condizione essenziale per una cittadinanza attiva e per avere opportunità di buon lavoro.
E’ un elemento fondante della stessa identità personale.
Per questo il diritto all’educazione continua deve essere al centro del nuovo welfare. Migliorare l’educazione, rivalutare la cultura tecnica, oggi spesso deprezzata, serve a dare ai giovani le stesse opportunità che hanno i loro coetanei europei.
Formazione, professionalità e merito.
Merito è una parola della mia mozione. Vale anche per il lavoro.
Dobbiamo valorizzare il merito nelle organizzazioni economiche e nella vita sociale.
Dobbiamo dirlo con chiarezza: qui ci sono ritardi da recuperare per tutti, tutti abbiamo la colpa di troppi ritardi, Se davvero vogliamo cambiare l’Italia, se davvero vogliamo liberare il futuro da antiche incrostazioni, da insopportabili ingiustizie, da inaccettabili privilegi, da opprimenti pigrizie, allora dobbiamo cominciare riconoscendo e premiando il merito. A cominciare dai luoghi del lavoro.
E c’è un’altra parola che voglio usare parlando del lavoro.
E’ la parola dignità. Il lavoro è fatica. E’ necessità. Ma è prima di tutto dignità. Ad esso è legato il nucleo decisivo dei diritti di cittadinanza, a cominciare dalla libertà.
Non a caso le democrazie contemporanee sono fondate sul valore del lavoro.
Ed è importante “se” si lavora, ma anche “come” si lavora. La gratificazione e la possibilità di
autorealizzazione che sono legate al lavoro. Per questo merito e dignità stanno necessariamente insieme. E’ difficile dire queste cose oggi, in questo tempo dominato dalla crisi, certo, ma segnato ancora di più da un pensiero ultraliberista che ha imposto ad una generazione, in nome del mercato senza regole e del profitto senza limiti, come unici obiettivi della vita individuale e sociale, l’orizzonte della precarietà e dell’incertezza.
Ha scritto, a questo proposito, Nadia Urbinati, delle parole molto chiare e molto dure: “l’incertezza per il futuro non è la stessa cosa del rischio e della libertà di scelta: è una condizione paralizzante perché non consente di fare progetti e quindi scoraggia l’iniziativa, dequalifica il lavoro, deprime la produttività. Infine incatena alla propria condizione non meno del vituperato posto fisso”.
Dobbiamo cambiare schema. Dobbiamo cambiare anche la scala dei valori. Delle priorità. La gerarchia delle cose che contano è la nostra prima sfida.
Rimettiamo in alto il lavoro, il suo valore, la sua qualità come fattore decisivo di una democrazia vitale. E’ il nostro impegno. Qui. Adesso.

Primarie 2009 del Partito Demoratico


PARTITO DEMOCRATICO ELEZIONI PRIMARIE 2009

Quando si vota


· Si vota Domenica 25 Ottobre, dalle ore 7,00 alle ore 20,00.

Come si vota


· Si vota apponendo una croce sul logo del candidato alla segreteria nazionale/regionale

prescelto.

Chi può votare


· Possono votare, versando 2 Euro:
· gli iscritti al PD,
· tutti i cittadini italiani o dell’Unione Europea residenti in Italia,
· cittadini e cittadine di altri paesi in possesso del permesso di soggiorno
che abbiano compiuto 16 anni e che, riconoscendosi nella proposta politica del PD si impegnano a sostenerla ed accettano di essere inseriti nell’albo pubblico delle elettrici ed elettori del PD.

Dove si vota


ACQUASANTA TERME, sala dei combattenti,via salaria;
ACQUAVIVA PICENA, sala consiglio comunale,via fonte palanca;
APPIGNANO DEL TRONTO, sala protezione civile,via roma;
ASCOLI PICENO 1, sala docens,piazza roma; ASCOLI PICENO 2, gazebo in piazza,fraz. Mozzano; ASCOLI PICENO 3, sala circoscrizione c/o ferrucci,via tucci; ASCOLI PICENO 4, sala tufilla club,via amadio; ASCOLI PICENO 5, centro sociale anziani,via Napoli; ASCOLI PICENO 6, sala ex circoscrizione,via delle primule; ASCOLI PICENO 7, sala condominiale coop 25 aprile,via liberta'; ASCOLI PICENO 8, poggio di bretta,via e. luzi; ASCOLI PICENO 9, villa sant'antonio;
CARASSAI, sala comunale,piazza Matteotti;
CASTEL DI LAMA 1, sede pd,via adige; CASTEL DI LAMA 2, bocciodromo,via della liberta'; CASTEL DI LAMA 3, biblioteca comunale,via roma;
CASTIGNANO, sala ex tirassegno,c.da s. martino;
CASTORANO 1, sala consiliare,via orazi; CASTORANO 2,delegazione comunale,f.ne s. silvestro;
COLLI DEL TRONTO, sala carradori,via salaria;
COMUNANZA, sala consiliare,piazza iv novembre;
COSSIGNANO, sala delle culture,piazza umberto I;
CUPRAMARITTIMA, sala c.i.f. plesso scolastico,s. statale adriatica;
FOLIGNANO, sede pd,viale assisi;
FORCE, palazzo comunale,piazza v. Emanuele;
GROTTAMMARE 1, sala consiliare,via Matteotti; GROTTAMMARE2,delegazione comunale,via ischia;
MASSIGNANO, sala polivalente giovanile,viale rimembranze;
MONSAMPOLO, accanto alla chiesa,via parini;
MONTALTO DELLE MARCHE, sede pd,via roma;
MONTEFIORE DELL ASO, cinema sabatini,piazza della repubblica;
MONTEPRANDONE 1, ex sala dei codici di s.giacomo ,via roma; MONTEPRANDONE 2, bocciodromo comunale, piazzale dello stadio;
OFFIDA 1, sala consiliare comunale,c.so serpente aureo; OFFIDA 2, impianti sportivi,quartiere cappuccini; OFFIDA 3, circolo e. fabrizi, via togliatti; OFFIDA 4, locale mandozzi,piazza borgo miriam; OFFIDA 5, circolo ricreativo ,loc. san Lazzaro;
RIPATRANSONE, sala ascanio condivi,via xx settembre;
ROCCAFLUVIONE, alimentari ida,via picena inferiore;
ROTELLA, palazzo magnalbo',corso umberto I;

S. BENEDETTO DEL TRONTO 1, sede unione,via balilla; S. BENEDETTO DEL TRONTO 2, istituto santa gemma,via voltattorni; S. BENEDETTO DEL TRONTO 3,auditorium comunale,viale de gasperi; S. BENEDETTO DEL TRONTO 4, auditorium comunale,viale de gasperi; S. BENEDETTO DEL TRONTO 5, sede pd,via d. chiesa; S. BENEDETTO DEL TRONTO 6, centro culturale,via gronchi;
SPINETOLI 1, sede comunale,piazza g. leopardi; SPINETOLI 2, bocciodromo comunale san pio x,loc. san pio x; SPINETOLI 3, sede pd,via v. Emanuele; SPINETOLI 4, circolo culturale salaria, via a. de gasperi;


RICORDA di portare con te un valido documento di identità e la scheda elettorale.

info su seggi e modalità di voto: 329.36.063.02, 340.25.199.54; 331.13.596.27;
http://www.ascolidemocratica.it/

domenica 13 settembre 2009


Care iscritte, cari iscritti,

in questi giorni si sta votando in tutti i circoli d’Italia. Mi rivolgo direttamente a voi perché conosco la vostra passione e il vostro attaccamento al partito. In ogni Festa, in ogni assemblea, in ognuno dei mille circoli di tutte le province italiane in cui sono andato da segretario, ho ascoltato le vostre speranze e ho capito le delusioni per quello che si poteva fare meglio e non è stato fatto. Perché di certo abbiamo fatto errori ma ora dobbiamo rimboccarci le maniche e correggerli, andando però avanti nella nuova storia comune che abbiamo appena iniziato a vivere. Il mio impegno è questo: non tornare indietro. Non tornare indietro rispetto alla scelta di un partito radicato nel territorio, con un Circolo in ogni comune e in ogni quartiere. Un partito aperto, che unisce la straordinaria forza dei nostri iscritti e dei nostri militanti alle energie di tanti elettori pronti a lavorare con loro per un progetto in cui credono. Non tornare indietro rispetto all’idea di un partito ricco di diversità come tutti i grandi partiti nel mondo. Abbiamo scelto noi di chiudere una lunga stagione di divisioni per far nascere il Pd, la casa di tutti i progressisti: laici, cattolici, di sinistra, ambientalisti, liberal, socialisti. E così deve restare il Pd: il partito in cui quelle diversità sono la ricchezza che permette di costruire la sintesi e la linea comune. Per questo sono orgoglioso che a sostenere la mia candidatura vi sia tutta questa varietà di storie. Per questo sono orgoglioso che il Coordinatore della mia mozione congressuale sia Piero Fassino. Per questo mi si è aperto il cuore quando alla fine di agosto un vecchio signore ha attraversato la folla che riempiva la piazza, mi ha abbracciato e mi ha detto: ”Sono l’ultimo segretario del Partito Comunista di Gallipoli ma voterò per te, perché non mi interessa da dove vieni ma dove vuoi andare”. Questo è il Pd che abbiamo sognato e che ora dobbiamo costruire: un luogo in cui ognuno ha portato l’orgoglio della propria storia precedente ma in cui si sta insieme per il futuro che si vuole costruire, per l’idea di Italia che abbiamo. Come sapete, quando 6 mesi fa tutti mi hanno chiesto di fare il Segretario del Pd, in un momento molto difficile, avevo detto che il mio lavoro sarebbe finito in ottobre. Poi ho riflettuto molto su quelle parole di Berlusconi appena sono stato eletto: “Ecco l’ottavo leader del centrosinistra. Tra un po’ ci sarà il nono”. Ho masticato amaro quel giorno perché ho pensato che purtroppo non aveva torto: in quindici anni di là c’è stato sempre lui, di qua tutti i leader che si sono susseguiti sono stati più ostacolati dal fuoco amico che da quello avversario. Allora mi sono detto: questa volta a decidere se devo smettere o se dopo sei mesi devo continuare a fare il Segretario del Pd, non saranno quattro o cinque capi chiusi in una stanza ma saranno gli iscritti e gli elettori del Pd. Ecco, solo questo vi chiedo: quando voterete nei Circoli e poi alle Primarie del 25 ottobre, tra noi candidati scegliete chi vi convince di più, chi immaginate potrà fare meglio l’opposizione e preparare le future vittorie, ma scegliete liberi. E’ troppo importante la scelta per seguire l’indicazione di qualcuno che conta o per restare legati alle antiche appartenenze. Seguite solo la vostra coscienza, fate come quel vecchio segretario del Pci: scegliete uno di noi, ma non per la storia da cui proviene ma per quella futura che propone al partito e al Paese. Se farete così, chiunque vinca avrà vinto tutto il Pd.

Dario Franceschini

Segretario Nazionale del Partito Democratico

martedì 4 agosto 2009

Congresso PD: MOZIONE FRANCESCHINI – DOCUMENTO SU LAVORO E STATO SOCIALE


Questo Documento, a sostegno della Mozione Franceschini, è la base per una discussione sui temi del lavoro e dello stato sociale. E’ un contributo di idee per un Congresso che privilegi un confronto sui contenuti.Nel mese di settembre intendiamo promuovere un’iniziativa nazionale su questi temi, alla presenza di Dario Franceschini e Piero Fassino, che sarà anche l’occasione per ulteriori suggerimenti e integrazioni tematiche.Il documento vuole essere anche uno stimolo per promuovere iniziative di dibattito in ogni territorio, a partire da quello regionale, per collegare il confronto congressuale al tema della crisi economica e sociale che avrà un momento di acutizzazione nel prossimo autunno.Invitiamo tutti coloro che condividono i contenuti a sottoscrivere il Documento su lavoro e stato sociale. scarica qui il documento a cura di Cesare Damiano e Tiziano Treu.
Se vuoi puoi inviare all'Associazione Lavoro & Welfare o all'email pietrocolonnella@gmail.com eventuali contributi al dibattito e commenti e/o suggerimenti al documento su lavoro e stato sociale qui pubblicato.

Intervento Assemblea Provinciale PD su analisi voto

E’ abbastanza diffusa la sensazione che i cittadini, in queste elezioni amministrative, abbiano probabilmente votato per bocciare scelte, contraddizioni ed incertezze di una parte, più che per dare fiducia all’altra che, aldilà di coreografie, di vecchie ed abusate pratiche, non brillava certo per unità di intenti, serietà delle proposte e manifesta capacità di concretizzarle.
L’elezione di Celani in provincia è emblematica: assolutamente inconcludente per i 10 anni trascorsi alla guida della città di Ascoli, sfiduciato dalla sua stessa maggioranza, eppure eletto presidente. Un esito, questo, che molti di noi avevano temuto e previsto. A volte accusati di essere eccessivamente pessimisti ma in realtà come i fatti hanno dimostrato, sin troppo realisti.
Vince il centrodestra alla Provincia, vince il centrodestra nel comune di Ascoli, cambiano le maggioranze in tutti gli Enti di 2° grado che vedranno a breve l’azzeramento degli organismi di governo e la loro sostituzione con maggioranze diverse da quelle attuali; è oggi, dopo il voto amministrativo, estremamente più difficile tentare di confermare il centrosinistra alla guida della Regione.
Partiamo dalla Provincia il cui risultato è quello che probabilmente più di ogni altro ha condizionato il resto: il PD ha tentato una prova di forza; ha, forte del suo 40%, ritenuto opportuno e logico rivendicare, anche in seguito ad evidenti differenze nell’individuazione di priorità programmatiche, il ruolo di presidente della provincia e provato a dimostrare la sua autosufficienza e capacità di vincere al di fuori della tradizionale alleanza di centrosinistra.
Una scelta possibile, approvata dall'assemblea provinciale, non all'unanimità ma certo con larghissima maggioranza dei presenti, ogni volta che si è votato, e, di certo, anche per questo, legittima.
Tanti però in questi mesi avevano, in diversi modi e forme, avvertito che per la via della delegittimazione di Rossi e del lavoro della sua giunta, della quale eravamo stati componente essenziale e determinante, non si sarebbe giunti a nessun risultato utile; che era, quella della divisione da Rossi, una politica sorda ai richiami dell’elettorato del centrosinistra; si è più volte letta ed udita la metafora dell’auto lanciata a piena velocità contro il muro senza che nessuno di quanti erano a bordo avesse il coraggio di dire ciò che realmente stava accadendo o di tirare il freno.
Giravano, ed erano anche conosciuti, dati di sondaggi che mostravano quanta parte dei tradizionali elettori del PD avrebbero comunque rinnovato la loro fiducia a Rossi; tanti erano gli appelli, gli articoli, i commenti sui quotidiani on-line che ci avvertivano del fatto che avremmo perso scegliendo di abbandonare la maggioranza provinciale a pochi mesi dalle elezioni ed esprimendo, non un candidato qualsiasi, ma colui che nella giunta Rossi aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente e che, come giusto e naturale, di quella giunta, e non poteva essere altrimenti, aveva condiviso ogni scelta e strategia.
Il nostro gruppo dirigente è rimasto, nonostante tutto, legittimamente, sulle sue posizioni. D’'altronde, fare scelte è principalmente responsabilità della maggioranza, ma, una volta che queste si dimostrano errate, non è giusto, ne utile ne dignitoso non trarre le dovute conseguenze. Non sarebbe giusto per i cittadini, per i nostri elettori, per quanti ci hanno sostenuto, per quanti, magari pur non condividendo la scelta della divisione, hanno comunque visto in noi una forza seria e responsabile e della quale fidarsi e ci hanno seguito.
L’essere, ed essere individuati quale forza seria e responsabile, impone anche delle responsabilità: è nel ruolo di un gruppo dirigente assumere delle decisioni e fare delle scelte, ma quando alla luce dei fatti queste si appalesano come errate, le conseguenze vanno tratte, se non si vuol dare l’impressione di far parte di una casta comunque intoccabile ed insensibile a qualsiasi cataclisma.
E, paradossalmente, tanto più diffusa e condivisa è stata la scelta, tanto più le responsabilità vanno individuate e, di conseguenza, più forte deve essere il segnale. Più di ogni altra cosa credo però pesi ed abbia pesato il clima creato in questa Assemblea. In diversi, in diverse circostanze, queste perplessità le avevamo manifestate. Io sono però convinto che non solo quei pochi ma tantissimi dei membri dell’assemblea erano consapevoli del fatto che persistendo sulla strada della divisione e dello scontro con Rossi si sarebbe perso. Se così non fosse questa situazione denoterebbe un’incredibile distacco dal senso comune dei cittadini, dal loro modo di pensare.
La cosa grave, allora, è nel fatto che nessuno (o quasi) ha ritenuto di esprimere queste perplessità che erano, lo ribadisco, patrimonio comune. Questo comportamento credo sia pericoloso indice di un clima non accettabile in un partito. Un partito è (dovrebbe essere), per definizione, luogo di confronto, di discussione, luogo nel quale lungi dal criminalizzarla, si fa della differenza di posizione ricchezza.
In questa capacità di confrontare le idee e di costruire insieme una proposta credibile e convincente è la forza di un partito e questo, francamente, tra noi non è avvenuto.
A questo punto il problema non è ovviamente dimissioni o meno del segretario. Non è, è stato detto , di un capro espiatorio che abbiamo bisogno. E’ il gruppo dirigente nel suo insieme che deve mettersi in discussione e quanti, in particolare, nessuno sa in quale sede ed in quale circostanza (certo non in questa assemblea), all’indomani del primo turno, una volta accertato che i consensi ricevuti dal nostro candidato non erano quelli sperati, hanno tentato, pur di non dover scendere a patti con Rossi, di vincere senza apparentamento, regalando così definitivamente la Provincia a Celani. Questo è probabilmente l’aspetto più grave della vicenda perché sino a quel momento ogni errore di valutazione poteva ancora essere recuperato.
Responsabilità in merito a questo non sono ancora emerse.
Resta agli atti il fatto che siamo riusciti a fare appelli per l’unità della sinistra agli elettori quando era, allo stesso tempo, evidente il fatto che non c’era nessuna volontà di confrontarsi seriamente con chi, pur con tutti i suoi limiti, di quel popolo della sinistra, aveva raccolto, non il 5 o 10 ma il 20 % dei consensi e che, in virtù di questo, non poteva che essere interlocutore necessario.
Si è scommesso sul non accordo con Rossi facendo un preciso calcolo e mettendo in conto la possibilità di una sconfitta. La sconfitta c’è stata, pesante, e non può essere ignorata.

Il nostro partito si appresta ad affrontare un difficile percorso congressuale. Io credo che sarebbe serio ed onesto affrontare questo percorso ponendo da subito, le condizioni per una discussione franca e aperta.
Chiunque tra noi abbia un mandato in seno all’assemblea lo rimetta ad essa, costruiamo insieme un organismo di garanzia, plurale, che ci conduca, appena possibile, e cmq non oltre novembre, al congresso di federazione.
Solo così forse riusciremo a riprendere quel dialogo con i cittadini e con tanti nostri elettori in questo periodo interrotto. Così forse riusciremo ad evitare che, quel 10% del nostro elettorato che in queste elezioni ha seguito Rossi, decida stabilmente di approdare ad altri lidi, relegandoci inevitabilmente ad una posizione marginale in questo territorio.

mercoledì 8 luglio 2009

Il 14 luglio alziamo la voce


Memoria insufficiente


Da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.
Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purchè le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".Non ci andava meglio in Svizzera, negli anni ’70 con i leader che scrivevano: “Le mogli e i bambini degli immigrati? Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s’ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell’operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l’ex guitto italiano».In quegli anni – ieri rispetto alla Storia - in Svizzera c’erano circa 30.000 bambini italiani clandestini, portati di nascosto dai genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle rigorose leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari, genitori terrorizzati dalle denunce dei vicini che raccomandavano perciò ai loro bambini: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere.Prima degli anni ’50 gli italiani andavano a Bucarest per lavorare nelle fabbriche e nelle miniere e alla scadenza del permesso di soggiorno restavano in Romania, clandestini. Nel 1942 il Ministro dell’Interno fu costretto ad inviare a tutti i Questori una circolare con la quale li si invitava a non far espatriare gli italiani in Romania.In India, nel 1893, il console italiano scriveva a Roma per dire che in quella città tutti quelli che sfruttavano la prostituzione venivano chiamati “italiani”.Tra la prima e la seconda guerra mondiale molti italiani andavano in America con passaporti falsi o biglietti inviati da pseudo parenti italo americani. In realtà una volta sbarcati li attendevano turni di lavoro massacranti perché ripagassero, senza stipendio, il costo di quel viaggio della speranza.Non sono aneddoti. E’ storia, tratta dalla Mostra “Tracce dell’emigrazione parmense e italiana fra il XVI e XX secolo” (Parma, 15 aprile 2009).Gian Antonio Stella, nel suo bellissimo libro “Quando gli albanesi eravamo noi”, ci ricorda che “….Quando si parla d’immigrazione italiana si pensa solo agli ’zii d’America’, arricchiti e vincenti, ma nessuno vuole sapere che la percentuale di analfabeti tra gli italiani immigrati nel 1910 negli USA era del 71% o che gli italiani costituivano la maggioranza degli stranieri arrestati per omicidio” o ancora che il primo attentato nella storia con un’auto imbottita di esplosivo è stato fatto a New York, non da terroristi ma da criminali italiani contro una banda avversaria.Forse ci ricordano che la nostra Terra gira, gira velocemente nello spazio e nel tempo creando nuovi ricchi ed ammassando nuovi poveri. I ruoli si invertono ma i clandestini restano anche se hanno un colore diverso. Fuggono da Paesi in cui l’unica prospettiva è morire per fame o morire per guerre volute da altri. Ed allora questa gente può solo correre, correre, correre impazzita verso il nord, verso il mediterraneo, verso quelli che credono essere orizzonti migliori.http://www.agoravox.it/QUANDO-I-CLANDESTINI-ERAVAMO-NOI,6706.html